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Progetto di lettura a più voci del libro

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Progetto di lettura a più voci del libro La scienza in cucina e l’arte di mangiare bene di Pellegrino Artusi.

Incontrai Carlo Ludovico Bragaglia, Carlo per me, perché tanto del mio tempo avevo trascorso con questo ciociaro doc, che s’offendeva a morte se non gli davi del tu.

Lo incontrai come al solito, invitata a pranzo nella sua casa ai Parioli, un’abitudine di quel periodo della mia vita, fosse stato per lui quotidiana.

Ma io ci andavo non più di un paio di volte a settimana se non altro perché pur essendo il mio confidente e il mio migliore amico, mi portava via una quantità di energia indescrivibile e di ritorno a casa nel pomeriggio non avevo una gran voglia di lavorare.

Incontrai, dicevo, il mio grande amico e mentore, sprofondato nella solita avvolgente poltrona con la copertina sulle gambe, sorridente, evidentemente felice di rivedermi. L’Antonietta ci aveva servito gli aperitivi, per lui il solito dito di whiskey allungato con l’acqua e per me il solito Campari,  non senza fermarsi ad interrogarmi sulle novità, a discutere sul tempo troppo caldo o troppo freddo o a chiedermi se la leccornia che aveva in serbo per il pranzo era di mio gradimento. 

Carlo da affabilissimo padrone di casa, nascondeva la sua impazienza sorseggiando il suo aperitivo accompagnato da sapidi crackers tondi che mordicchiava a pezzettini piccolissimi.

Sì lo so bene, Carlo è morto da venti anni, ma sappiate che noi tutti abbbiamo, a volte e se ne diventiamo consapevoli, nei sogni o nella fantasia,  il potere di annullare il tempo cosicchè il tempo, nostra precipua invenzione, si flette a misura dei nostri sogni e di fatto ci riesce! regalandoci un’eternità a cui possiamo tranquillamente attingere per ritrovarci nei luoghi e nelle circostanze che abbiamo amato, a cui siamo da sempre appassionati, a cui il nostro cuore, padrone indiscusso del tempo dello spazio, è strettamente legato.

Terminò il pranzo, Carlo non fece domande, l’Antonietta servì il vino rosso prodotto da espertissimi vinificatori in pochi esemplari espressamente per lui e io mordevo il freno volendo sapere cosa ne pensava della mia idea.

Finalmente eravamo di nuovo accomodati in salotto, l’Antonietta sparecchiava velocemente la tavola prima di  andare a preparare il caffè.

-Allora, racconta… sono proprio curioso! –   disse Carlo

Timidamente, un po’ in imbarazzo nel comunicare la mia idea a colui che era stato il grande artigano del cinema italiano, collaboratore di tanti grandi talenti e grandi sceneggiatori, cominciai a raccontare.

-Sai Carlo, c’è una persona…  un attore di talento…  un uomo di cultura, che però non era amatissimo e comunque che ha realizzato tante cose da solo-

-Ma, è morto pure lui? -

Carlo fece una risatina sardonica e sorseggiò un altro po’ di caffè

-Sì tutti i personaggi di questa mia idea sono morti…-

-Ah! Bene! Soltanto tu sei viva in questa storia… -

-Dici? E chi lo sa, se io sono davvero viva o se sto continuando a sognare il sogno di una vita che non ho mai vissuto.-

-Sei viva!  Sei viva e appassionata e brava, come al solito, continua, non hai ancora incominciato a raccontare!-

Cominciai col leggergli un appunto:

“Speriamo che il libro vada in molte mani perché era un libro che si leggeva nel secolo scorso. E’ stato importante l’Artusi non solo per le ricette della cucina , ma anche perché dava in una bella lingua italiana dei consigli che fino ad allora li avevano ascoltati solo in francese. Brillat Savarine era conosciuto solo dai ricchi,  dai nobili. E invece, l’Artusi entrò in tutte le case. Io ero figlio di un carabiniere e di una maestra elementare, ma in cucina, in un cassetto del tavolo c’era l’Artusi. Con una copertina con quei quadri…, c’era la lepre ciondoloni, morta, una pentola di rame luccicante e così, avevo imparato a leggere da me da bambino. Avevo scoperto che con i risotti ci si può fare le frittelle di San Giuseppe. E allora apena vedevo il riso, volevo le frittelle dolci.”

Carlo sorrise annuendo

-Sì, certo questo libro è: La scienza in cucina e l’arte di mangiare bene

E’ in tutte le case, ce n’ha una copia anche l’Antonietta in cucina, ma chi è questo morto che sta parlando?-

Questa volta fui io a a sorridere, conosco l’omofobia di Carlo anche se contenuta nell’ambito del più rigoroso rispetto umano che lo caratterizza nei sui giudizi sulle persone.  

-E’ Paolo Poli, uno che certamente non ti è molto simpatico, una checca, come diresti tu…

-Ha fatto molto teatro, bravissimo! - interruppe perentorio - anche Pinocchio, se non ricordo male…-

-Sì, ricordi bene, è lui, poi, poco prima di morire ha fatto un audiolibro.-

-Un audio cosa?-

-Un audio libro, cioè la registrazione  sonora della lettura di un libro.-

-Ah, un’idea moderna…-

-Sì abbastanza moderna,  ma neanche tanto…-

-E allora?-

- E allora ascoltandolo, sono rimasta folgorata dall’Italiano di Pellegrino Artusi.  Poli ne fa una lettura arguta, spiritosa, proprio come la narrazione del libro. Ascoltarlo senza pensare a ricavarne una ricetta è stato stupefacente per me. E dopo sono anche andata a leggere il libro con una intenzione diversa, che divertimento!

Di fatto, anche nella cucina di mia madre c’era una copia dell’Artusi e ricordo bene che in occasione di pranzi di Natale o di cene con ospiti, se aveva dei dubbi, ma anche se non li aveva e voleva conferme, consultava sempre l’Artusi.

L’Artusi ha dettato legge nelle cucine di tutto il mondo, partiva nei bagagli dei migranti in America o in Australia, tuttora è il più importante libro italiano di cucina tradizionale. Ma ciò che mi affascina veramente più di ogni altra cosa, te lo ripeto, è il motivo per cui  Artusi viene universalmente considerato uno scrittore.

Certamente non sono né la prima, né l’unica ad ammirare questo punto di vista, ciò che più mi affascina insomma è l’opera in sé. L’Artusi è già considerato universalmente critico letterario e scrittore oltre che gastronomo, tu lo sai che lui non fu un cuoco? E che venne descritto come diffusore della lingua italiana sul territorio nazionale, una lingua fluida e armoniosa e questo proprio nel momento dell’unificazione d’Italia. -

-E’ vero, so bene di cosa parli, all’epoca diffuse nelle case degli italiani un modello di lingua fiorentina fresca e viva e contemporaneamente corretta e controllata, sensibile alla tradizione letteraria.-

- Mi piace tanto il suo italiano, la maniera di descrivere, di usare gli aggettivi, di andare a pescare in quel baule della lingua italiana che io e te insieme chiamiamo il nostro inesauribile baule dei giocattoli e che oggi purtroppo è un baule abbandonato. E magari, soltanto abbandonato, è un baule pieno di slogan insignificanti, di luoghi comuni, di un Italiano sempre più povero di tante bellissime parole. Oggi le giovani spose non ricevono più in regalo l’Artusi. E’ diventato qualcosa d’altro, importantissimo per i contenuti,  entrando a ragion veduta nella grandissima tradizione delle scuole di cucina, questo  è vero e sacrosanto. Ma uscendo dalle case, è perso come patrimonio linguistico, non ci sono più bambini che si fermano a leggere mentre le mamme cucinano, al più giocano con lo smartphone, anzi giocano soltanto con lo smartphone…-

-Lo smart che?-

disse Carlo mettendo una mano dietro l’orecchio per sentire meglio

-Lascia stare Carlo, è una cosa utilissima, ma non per la cultura. Una cosa che fa parte della vita umana potmoderna.-

-Ah beh, se lo dici tu… continua! –

-Ascolta Carlo, questo pezzetto:

I Romagnoli per ragione del clima che richiede un vitto di molta sostanza  e un poco fors’anche per lunga consuetudine a cibi gravi, hanno generalmente gli ortaggi cotti in quela grazia che si avrebbe il fumo negli occhi, talché spesse volte ho udito nelle trattorie: - Cameriere, una porzione di lesso; ma bada, senza spinaci.- Oppure –Di questi (indicando gli spinaci) ti puoi fare un impiastro sul sedere. -

-Ahahahah- Carlo rise di gusto - Hai ragione,  è molto divertente e poi?

Pellegrino Artusi fu protagonista di una coltissima e divertente puntata di Interviste impossibili un programma radiofonico Rai andato in onda tra il 1973 e il  1975,  Guido Ceronetti  incontra Pellegrino Artusi, interpretato dal grande Mario Scaccia.  E’ stato molto interessante riascoltarlo e non soltanto per capire che  già in quegli anni qualcuno cominciava a parlare di pesce al mercurio…

Lo scrittore Artusi evocato dall’aldilà è d’ispirazione elegantissima per il poeta scrittore, filosofo, traduttore, giornalista Guido Ceronetti che attraverso la voce di Scaccia definisce l’Artusi: l’oramai Pellegrino dell’infinito e non erratico delle cucine.

Del resto è inconfutabile che La scienza in cucina e l’Arte di mangiar bene è un libro di gusto, ricco di dissertazioni, di spunti linguistici in una prosa limpida che ricorda la cordialità del discorso conviviale. –

-Vero! – mi interruppe Carlo - aveva un profondo amore per la vita e la capacità di trasmetterlo agli altri. Prosegui…-

E io proseguii, incoraggiata dall’interesse che avevo suscitato in Carlo

-Come è facile trovare facendo qualche ricerca, Pellegrino Artusi scrive in una prosa scorrevole e brillante, in un corretto italiano. Contribuì alla unificazione linguistica della Nazione. Infatti dai suoi scritti si percepisce un’idea di Nazione ed il progetto di unificare il futuro dell’idioma italico, basato su tali valori, nel rispetto di tutte le regioni e dei loro passati splendori. Le sue ricette sono accompagnate da riflessioni e aneddoti narrati in maniera briosa, impeccabile.

Il suo trattato fu più volte citato nell’epistolario intercorso tra due grandi protagonisti del Novecento Benedetto Croce e Giovanni Gentile. E’ una delle pubblicazioni italiane più diffuse nel mondo, conta più di 13 edizioni con milioni di copie vendute, tradotto anche in giapponese .

E il motivo che rende inimitabile questo libro è il modo in cui è scritto. Intelligente, ironico, mai prescrittivo, sempre complice del suo lettore, Artusi “racconta” le ricette infarcendole di storie e aneddoti, al punto per esempio da dimenticare, quando arriva a parlare del pavone, i dettagli della preparazione. La lettura è sempre piacevole, piena di espressioni vivaci e colorate, talvolta di matrice popolaresca, talvolta letterarie.

Dice Giovanna Frosini (Accademia della Crusca 2009):  “ E’ al livello del lessico e della sintassi che meglio si può cogliere la ricchezza, la vivacità, la naturalezza del linguaggio di Artusi: pronto a recepire il patrimonio vivo della sua città di elezione con orecchio attento e partecipe, ma anche a conoscere la profondità della lingua grazie allo studio della tradizione letteraria”.

-E poi senti cosa dice Grazia Deledda nel 1933

“…il libro rosso accoglie benevolmente il piccolo libro che ha il mite pallore delle fiammelle a gas e tutti e due si affiancano, buoni e contenti come il padre col suo pargolo, come il maestro col suo scolaro affezionato. Poiché maestro è paterno e buono, nonché artista e grande signore, fu l’autore del libro rosso: Pellegrino Artusi di Forlimpopoli”

-Poi c’è Il filologo, storico e antropologo Piero Camporesi che ne curò l’edizione critica Einaudi del 1970, ascolta Carlo, dalla prefazione: La scienza in cucina e l’arte di mangiare bene, ‘oltre ad essere quel delizioso ricettario che tutti, almeno di nome conoscono, punto fermo della tradizione culinaria italiana, e perfetto manuale di alimentazione saporita e equilibrata, svolse anche, in modo discreto, sotterrraneo, impalpabile, il civilissimo compito di unire e amalgamare, in cucina prima prima e poi, a livello d’inconscio collettivo, nelle pieghe insondate della coscienza popolare, l’eterogenea accozzaglia delle genti che solo formalmente si dichiaravano italiane?.

E poi, da un articolo di la Repubblica del 29/02/2009 a firma di Francesco Erbani che scrive appunto di Piero Camporesi : … ma è nel 1970 la prima escursione in altri territori: la cura de La scienza in cucina e l’arte di mangiare bene di Pellegrino Artusi –anche lui critico letterario- che Daniele Ponchiroli e Giulio Bollati gli affidano per conto dell’Einaudi, colpiti dalla sapienza culinaria del professore bolognese e dai risvolti antropologico culturali che Camporesi rintraccia nel manuale sul quale s’erano formate generazioni di donne.

Vedi Carlo, la cultura ha da sempre avuto bisogno di persone che te la facciano amare. In questo caso senza nulla togliere alla grande tradizione  culinaria, ciò che più mi ha appassionato è stato riscoprire questa forma italiana così aperta, gentile, ricca, spiritosa, colta. E’ un piacere leggere il trattato ed è per questo motivo che Paolo Poli alla fine della sua vita lo ha letto integralmente per noi. Adesso, a prescindere dal fatto che Paolo Poli sia più o meno ‘simpatico’ come personaggio, non si può non tener conto di questo suo amorevolissimo sforzo di divulgazione della bella lingua italiana.

Oggi, fuori dalle accademie e dalle aule universitarie, questo italiano sta per essere del tutto perduto e forse dovremmo prendere in considerazione l’idea di tornare a farlo ascoltare perché i giovani se ne riapproprino.-

Senti cosa dice l’Artusi descrivendo la ricetta degli gnocchi alla romana:

Si dice che a tavola non si dovrebbe essere di meno del numero delle Grazie, né più del numero delle Muse. Se vi aggirate intorno al numero delle Muse, raddopiate la dose.

-Bene, ho capito, allora qual è la tua idea-

La mia idea è raccontare tutto questo, estrarre pezzetti di lingua italiana raccontata dal libro dell’Artusi, così come fino adesso si sono estratte soltanto le ricette. Farlo leggere al pubblico da uomini di cultura che ne sappiano cogliere le sottigliezze lingustiche, ascoltare Paolo Poli che lo legge, invitare a farlo i giovani affidare un commento ad accademici, intrattenersi un po’ con questa nostra bella lingua che sta andando in rovina. -

Sorridevo, incoraggiata dalla mia stessa passione

-Non è un’idea costosa da realizzare, sono certa che molti vorranno intervenire, avere il piacere di trascorrere un’ora nel dissertare sulle belle parole, sugli aggettivi, sugli aneddoti che sono entrati nel nostro patrimonio culturale. Poi c’è anche qualcosa d’altro che mi spinge a desiderare di coinvolgere accademici e uomini di cultura: il talento, sì il talento che sta per ‘voglia’, ‘desiderio’, ‘disposizione d’animo verso qualcosa’.

Nel caso dell’Artusi, il gusto per la parola, la buona cucina italiana che sposa il talento letterario. Egli fu un uomo buono, che si dimostrò di una generosità non comune, che amava la bellezza in tutte le sue forme. Tu sai, Carlo, che le vicende famigliari legate alla sua storia personale ebbero un momento molto buio, atroce, di violenza e sopraffazione che lo segnò e cambiò il destino di tutta la sua famiglia. Come se attraverso la cucina avesse ricostruito dentro di sé e poi in belle lettere, un immenso focolare domestico, tanto grande quanto la distruzione avvenuta la famosa notte del Passatore a Forlimpopoli.

Come dice Dino Mengozzi in Pellegrino Artusi: La famiglia borghese, i briganti e la famiglia ideale: così da una famiglia ferita, ricordata, sognata, fuggita, Pellegrino approda alla famiglia ideale del suo Manuale pratico per le famiglie, sottotitolo del famoso ricettario.

-Bello – disse Carlo sottovoce, quasi a se stesso.

Il sole era tramontato dietro le vetrate illuminate del salotto, ero emozionata perché ogni volta che mi riusciva di trasferire la mia passione nel cuore di qualcuno che stimavo così tanto come stimavo il mio amico, il mio cuore esultava.

Chissà che un giorno, lontano da questo sogno antico, magari in un paese lontano, ma non tanto per l’Artusi che il mondo intero conosce e usa, sia possibile trasferire anche la sua profonda saggezza letteraria, l’amore per il buon gusto e la bellezza che la nostra lingua italiana ha tanto narrato, per riprendere il filo della nostra tradizione, così ricca così splendente e lanciarlo nel futuro delle nuove generazioni.

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