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Silenzio: Il suono della natura vivente

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C. L. Bragaglia è un narratore impareggiabile e il piacere della drammaturgia non lo ha mai abbandonato. L’arte del racconto che lo ha sostenuto nelle attività di sceneggiatore e regista – inizialmente teatrale e poi cinematografico – ne fa una miniera di straordinari episodi che restituiscono intatto il fascino di un intero secolo di storia italiana.
“Ho vissuto la mia prima infanzia a Frosinone in Ciociaria, fino al 1905 quando mio padre prese la coraggiosa iniziativa di trasferirsi con tutta la famiglia a Roma. All’epoca, non c’erano ancora tutte le invenzioni tecnologiche che hanno caratterizzato il susseguirsi del XX secolo. L’atmosfera nella quale eravamo inseriti era di stampo ottocentesco: mancava la pubblica illuminazione nelle strade e nelle abitazioni si adoperavano ancora le lucerne ad olio. Noi bambini di allora potevamo assaporare nella completa pienezza qualcosa a cui i giovani di oggi sono del tutto disabituati: il silenzio”.
Carlo, con il suo parlare lieve, ha aperto un varco alla poesia! A poche persone, infatti, viene in mente che il silenzio può essere un argomento di grande fascino.
Mi descrive l’atmosfera di quiete in cui ascoltavano i suoni della natura vivente, della incommensurabile pace che li trasportava in una dimensione superiore.
Penso ai cento anni di C.L. Bragaglia, trascorsi in un crescendo di rumori e, mano a mano che l’era tecnologica andava affermandosi, al silenzio che era destinato inesorabilmente a scomparire dalla vita degli uomini, quando la sua voce limpida mi riporta alla realtà. Lo ascolto seguendo attentamente la sua mimica maliziosa, sensuale.
“Ho il ricordo molto intenso di un fracasso assordante dal quale noi bambini fummo spaventati e attratti una mattina d’estate a Frosinone. Corremmo ad affacciarci alle finestre e potemmo individuare l’origine di quel frastuono in una specie di carrozzella manovrata dal conducente attraverso un manubrio. Aveva quattro ruote, ma era senza stanghe e senza cavalli, camminava praticamente da sola. Sbuffando e scoppiettando sulla strada, accompagnata da un coro di ragazzi che gridavano festosamente: “La carrozza a benzina! La carrozza a benzina!” La carrozza dotata di motore a scoppio ad un certo punto invertì il suo senso di marcia e scomparve alla vista lasciandoci eccitati ed esterrefatti. Nasceva il secolo dei rumori.”
Carlo fa una pausa per sorseggiare il suo whisky, poi riprende come ispirato da un’emozione fatale:
“Non si può immaginare cosa era l’impatto con la natura vivente al finire dell’ottocento. La vita scorreva scandita dall’alternarsi regolare delle stagioni: eravamo circondati dal silenzio che emergeva e s’imponeva come un soffice manto. La quiete in cui eravamo immersi ci aiutava a metterci in contato con la nostra più intima natura e con la Natura tutta”.
Le sue parole sono, per me che ascolto, un invito a riflettere: l’essere umano oggi non può avere nessuna concezione del silenzio che in realtà teme e rifugge.
Lentamente, ma con la memoria sorretta da straordinaria lucidità, Carlo riprende a parlare: “Di notte, nelle estati della mia prima fanciullezza, ci stendevamo sul prato odoroso e restavamo per ore ad osservare il cielo. Con lo sguardo fisso tra le miriadi di stelle sospese su di noi, davamo libero sfogo ai sogni, fantasticavamo sulla nostra vita futura e aspettavamo con gioia l’apparire delle scie luminose, le stelle cadenti, che scivolando nel cielo, disegnavano l’esaudirsi per noi di ogni desiderio. Il silenzio era una ragione per carpire i segreti dell’infinito e l’opportunità di ampliare l’eco della incessante domanda sulla vita, avvicinandoci ai segreti della natura”.
Il silenzio apre alla dimensione della interiorità, alla possibilità di entrare in risonanza con il pensiero di altri uomini, alla possibilità di scantonare l’inganno dei rumori assordanti e delle parole che nascondono verità ben più profonde e imperscrutabili.
Carlo L. Bragaglia, dal quale mi distanzia ben più di mezzo secolo di vita, prova l’evidente piacere di condividere con me questa profonda emozione.
“Il silenzio della natura” seguita a dire “assumeva un fascino straordinario quando veniva interrotto da un tuono lacerante che preannunciava lo scrosciare dirotto e impetuoso della pioggia”.
E già, non posso che essere in sintonia con il suo profondo sentire: se è vero che erano ancora del tutto inconsapevoli di ogni tecnologia, erano però molto più vicini di noi al mistero della Natura. Ma l’Era delle Macchine si faceva perentoriamente strada e con essa la sua fragorosa e mistificante verità. La natura vivente, nell’incessante tentativo dell’uomo di possederla, sarebbe presto passata in secondo piano, insieme con i suoi fantasmagorici silenzi…
Da: Bragaglia racconta Bragaglia
Carosello di saggi, divagazioni e ricordi
ALL’INSEGNA DEL PESCE D’ORO
Di Vanni Scheiwiller
Milano 1997

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